André Aciman: «“Chiamami col tuo nome” piace perché parla al cuore di tutti»

André Aciman parla del romanzo da cui è stato tratto il film di Luca Guadagnino, in vista della serata (il 26 giugno) in cui sarà ospite del Festival Letterature di Roma. Appuntamento alle 21 alla Basilica di Massenzio.

IL COLLOQUIO
«Gay o etero non conta: l'amore è universale»

di Riccardo De Paolo

André Aciman è l'autore di Chiamami col tuo nome, il romanzo da cui è stato tratto il film di Luca Guadagnino, che ha fruttato l'Oscar per la sceneggiatura a James Ivory. Nato nel 1951 ad Alessandria d'Egitto, da una famiglia ebraico-sefardita, costretta alla fuga dall'ascesa di Nasser, è diventato apolide prima per necessità e poi per vocazione. «A Roma - ricorda in un ottimo italiano - quando la mia famiglia attendeva di poter raggiungere mio padre a Parigi, leggevo sempre Il Messaggero, sulla bacheca del giornale; sono senza patria ma, ancora oggi, quando vengo in Italia, mi sembra di essere nel mio mondo». Aciman insegna letteratura comparata alla City University di New York. Domani sarà nella Capitale, dove parteciperà, assieme a Paolo Giordano e Laura Morante, al prossimo appuntamento del Festival Letterature, nella Basilica di Massenzio.

IL PREMIO
L'Oscar è andato a Ivory, ma Aciman lo sente anche un po' suo, «perché le parti migliori sono state prese dal romanzo e inserite nella sceneggiatura». Nella trasposizione cinematografica ci sono differenze rispetto al testo originale: «L'adattamento mi sembra piuttosto fedele ma certo, alcune cose sono cambiate: la fine del film e quella del romanzo sono completamente diverse. Però l'impatto emozionale è lo stesso. La gente si commuove leggendo le ultime pagine del libro, così come piange alla fine del film. Non ho avuto alcun rimpianto, e sono pochi gli scrittori che lo dicono».

«Gli autori si lamentano sempre: pensi a quanto fu critico Bassani rispetto al lavoro che aveva fatto De Sica...». Eppure Il giardino dei Finzi-Contini era un bellissimo film, «forse migliore dello stesso romanzo».
Ma come si spiega l'Oscar? C'è più sensibilità per questi temi oggi? «C'è stato un cambiamento importante rispetto a dieci anni fa: il mio libro, quando uscì, ebbe un impatto relativo; I segreti di Brokeback Mountain è stato il primo film ad andare più a fondo. Quattro nomination non capitano tutti i giorni. Alla fine hanno preferito dare l'Oscar per la migliore interpretazione maschile a Gary Oldman invece che a Timothée Chalamet, forse perché era così giovane; ma me lo lasci dire: il nostro attore aveva dato una prova migliore».
Aciman è eterosessuale, ha moglie e figli, eppure racconta molto bene l'amore gay. Forse, ha successo perché ne parla nella sua accezione universale. «Ciò che permette l'emozione è sempre questo sentimento che noi chiamiamo amore. Dall'altra parte, bisogna ammettere che si tratta di una storia gay, non si può negarlo». Lo scrittore americano ammette senza remore di avere avuto turbamenti di questo tipo, da ragazzo. «Ma di solito le persone che apprezzano di più Chiamami col tuo nome - sottolinea - sono i giovani, soprattutto le ragazze di 14-15 o 16 anni, che vanno a rivedere il film o rileggono il romanzo molte volte. Un pubblico che non ha niente a che fare con i gay».